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Coraggio, sali su un albero – di Sandro Veronesi

Lo scrittore, diceva Moravia, è uno che sale su un albero e a un certo punto quest’albero fiorisce. È la definizione più bella che io conosca – la più bella e la più vera. Intanto questo gesto del salire, che compare nella prima metà della frase: “lo scrittore è uno che sale”: cioè si stacca da terra, sfida la forza che lo vuole schiacciato al suolo, ma non per volare via, solo per salire un po’ più in su. Poi c’è la metafora: “su un albero”. La scrittura, dunque, è qualcosa di vivo e di complesso, solido, ramificato, radicato – qualcosa che cresce e che sale a propria volta, che ha una propria forza, una propria naturale autonomia. Ma è la seconda parte della frase di Moravia quella più accattivante e più vera, perché proietta nella totale indeterminatezza il risultato dello sforzo fatto. L’albero fiorisce, sì, ma perché? Fiorisce perché lo scrittore c’è salito sopra o fiorirebbe lo stesso anche senza di lui? E soprattutto, fiorisce “a un certo punto”: non solo non si sa perché, dunque, ma non si sa nemmeno quando. E tuttavia la fatica di salire bisogna farla, il pericolo di cadere bisogna correrlo, la pazienza di aspettare bisogna averla: se resti a terra, o se voli via senza più avere rapporti con la terra, non sei uno scrittore. Se invece stai lì, appollaiato sul ramo, in bilico, pieno di fiducia nell’albero e anche nella terra che lo nutre e senza porre condizioni, allora sei uno scrittore. Lo sei anche nel lungo tempo durante il quale l’albero non fiorisce, e a maggior ragione lo sei quando, a un certo punto, fiorisce.